Incipit
Il Matto e la Matta si incontravano per caso. Quel Caso – definito come un assunto riconducibile all’evento fortuito, oppure accidentale, o addirittura imprevisto, che si traveste da spicciola coincidenza o infima casualità – per loro era attribuzione di razionalità capace di rompere il tessuto del mondo e districarli tra le viuzze di una città labirintica. Il Matto e la Matta si incontravano su un ponte, o a un tavolino di un caffè, o in un cineforum al buio, erano entrambi convinti che incontrarsi per caso non era un caso nelle loro vite e che la gente che si dà appuntamenti è la medesima che ha bisogno di un righello per tracciare una linea o che possiede più di due paia di scarpe. Ribaltamenti concettuali che si trasformavano in incroci di sguardi insperati, scontri impacciati di corpi assopiti all’incrocio di due strade, passeggiate incrociate diventate avventure a braccetto e chiacchiere salmastre. Incroci, e incroci, e incroci che intersecavano due sonnambuli incapaci di muoversi, imprigionati dall’impossibilità di sconfinare nel mondo. Oh poveri Matti, persi nel labirinto delle proprie anime, affidati intrinsecamente al caso per riempire un vuoto reciproco almeno fino al mattino dopo, e restare qualche ora dentro una bolla di sapone, nuotare verso l’oceano nell’effimera speranza di sprofondarci dentro.
Il Matto e la Matta fuggivano da qualcosa. Lo si percepiva nei passi tentennati, nell’aggrapparsi ai muri – lo si vedeva nel modo in cui uscivano di casa e attraversavano la strada. Fuggire era un costrutto in cui rifugiarsi, essere inseguiti imbastiva una distanza tangibile e il Matto e la Matta non volevano più sentirsi soli. Erano ossessionati dal ripercorrere i loro passi chiudendosi in un circuito già masticato, spesso buttavano a terra mozziconi di sigarette finite o cartacce di caramelle per verificare se al passaggio successivo qualcuno li avesse raccolti o spostati, se qualche fantasma li avesse inghiottiti. Camminavano affezionandosi al dolore, rimuginandogli attorno, uscivano di notte perché il giorno non gli apparteneva, non gli stavano bene addosso quel calore sospinto e quei traumi relazionali invalicabili, quei paradossi visivi come vedere il sole muoversi o percepire il vento solo come una conseguenza. Odiavano vedere visi delineati, osservare il rumore delle foglie cadute, le maree che illuminano il futuro rendendolo passato. E allora abbracciavano il buio come si abbraccia un affresco, un vetro, un cuscino e si perdevano in una Milano caleidoscopio, in una città immobile, incapace di dormire, teatro perfetto per i loro spettacolini assonnati. Si muovevano come due attori da tournée provinciale, come mestieranti da infimo spettacolo, ma a loro importava solo vagare e attendere, vagare e attendere che qualcosa accadesse, che il Caso li facesse incontrare così da spingerli in una dimensione estranea, fatta di parole sussurrate all’orecchio, risate esagerate e viaggi su treni logori o motorini trasandati.