
Federico Metri
Cortàzar una volta ha scritto che “la nostra possibile verità deve essere l’invenzione, cioè la scrittura, la letteratura, la pittura, la scultura, l’agricoltura, la piscicoltura, tutte le cose di questo mondo. I valori, le ture, la santità, la tura, la società, la tura, l’amore, la tura pura, la bellezza, la tura delle ture”. Un paio d’anni fa ho abbracciato anche io questo libero e laico credo. Da allora ho deciso di dedicare la mia vita all’arte; scrivo, leggo e guardo film in ogni momento possibile della giornata. Sono ossessionato dal replicare le sensazioni e le emozioni che Julio Cortàzar e David Foster Wallace mi hanno trasmesso attraverso le loro pagine, che Terrence Malick e Wong Kar-wai mi hanno lasciato dentro mediante le loro immagini in movimento. Gli autori che mi hanno catturato hanno fatto sì che mi affezionassi a precisi concetti cardine che emergono costantemente in quello che scrivo: sono ossessionato dai fiumi, dagli oceani, dalle sirene, dal significato della parola Caso, dalle relazioni che non riescono a realizzarsi per colpa del contesto sociale in cui sono immerse. Leitmotiv involontari che mi perseguitano, sono loro a condizionarmi in ogni parola pensata e scritta, sono io a restare fermo ad aspettare che bussino nella mia mente e si intromettano nel flusso incontrollato del mio pensiero.
Ho capito – forse troppo tardi, forse troppo presto – che la scrittura è lo strumento perfetto per raccontare e trasmettere quello che ho dentro, quel magma incandescente che non riesco a tirare fuori con la voce. Scrivo continuamente quello che vedo, troppo spesso anche quello che non vedo, quello che resta nascosto rispetto alla sfera della realtà; scrivo sprazzi di racconti, poesie a versi liberi perché incapace di chiudere le parole in metriche precise, prime pagine di romanzi incompleti e sconclusionati. Lo faccio tramite una prosa che non rispecchia il mio animo, una scrittura complessa e arzigogolata per soverchiare una persona introversa, silenziosa. Combatto la mia timidezza con frasi lunghissime, periodi infiniti, subordinate che si incastrano in altre subordinate per ricercare una perfezione estetica irraggiungibile. È proprio il cercare di spezzare qualcosa di inseparabile che mi spinge a scrivere, una necessità intrinseca di rendere la scrittura una sensazione necessaria, uno sforzo essenziale e vitale.
Sono a Mohole per sgrezzarmi, per trovare la direzione adatta, la forma perfetta, la voce giusta per raccontare e immergere chi mi legge in un mondo estraneo, inconcepibile, in uno specchio immaginario capace di allontanarsi da una realtà infima e monotona, un mondo dove solo con un sassolino e qualche saltello dalla terra si può raggiungere il cielo.