Memoriale (ricordati l’albero di mele)

Ci svegliavano quando ancora era buio. Si presentavano con quei camici color avorio che puzzavano di vomito e ci urlavano nelle orecchie che dovevamo alzarci e fare il letto in meno di un minuto altrimenti prendevamo le botte e saltavamo il pranzo. Io che dormivo pochissimo non ho mai avuto guai e appena sentivo il rumore dei loro passi maligni svegliavo Marcello, che russava come un trombone, così da essere pronti a iniziare la giornata nel migliore dei modi possibili: senza schiaffi e con almeno il pranzo assicurato. Dovevamo poi uscire dalla stanza e unirci alla fila indiana che già si stava dirigendo verso il piano inferiore. Lì sotto ci aspettava la trafila che più odiavo: ingoiare delle merdose medicine, farsi bucare ovunque per gli esami del sangue e pisciare in un vasetto per quello delle urine. La stronza dell’infermiera mi ficcava le pillole in gola senza neanche un goccio d’acqua e non riusciva mai a prendere la vena al primo colpo, sembravo un tossicomane, ma non era colpa mia. Io ero entrato perché mi davano tutti del pazzo, non del drogato.

Quando il sole sbucava dalle finestre della sala ci facevano scegliere (senti che privilegio eh!) se tornare in camera a poltrire come un sacco della spazzatura e a fissare un muro bianco finché non ti veniva voglia di sfondarlo a testate o restare al piano terra a impazzire un’altra volta. Io e Marcello restavamo sempre nel grande salone, eravamo i padroni indiscussi di quel territorio, dettavamo legge e nessuno si permetteva di fare qualcosa senza il nostro permesso. A Manuele Lo spastico permettevamo solo un paio di volte alla settimana di masturbarsi di nascosto dietro la libreria mentre pensava alla bella psicologa Susi, non volevamo che gli restasse in mano se uno spasmo gli fosse partito mentre godeva come un maialino. Per Gigi organizzavamo un piccolo concerto alla settimana, di solito il giovedì pomeriggio, così poteva tornare a cantare davanti a un pubblico. Aveva una voce bellissima, mi ricordava Earl Hines e poi si travestiva come faceva Peter Gabriel, peccato che dopo qualche canzone sussurrata nel microfono finto che gli avevo costruito la sua mente tornava a vagare da qualche altra parte e cadeva a terra con le lacrime agli occhi, povero Gigi. Dovevamo poi sempre controllare Marco e Simone, detti I siamesi, perché da un momento all’altro iniziavano a picchiarsi e insultarsi credendo di essere fratelli e ognuno incolpava l’altro di aver ucciso la loro madre, loro sì che erano matti per davvero. Io e Marcello invece giocavamo a poker nella stanza accanto alla sala grande. Non coinvolgevamo nessun altro, ci piaceva giocare da soli scommettendo tutto quello che non avevamo o che avremmo avuto fuori. Io gli devo ancora otto Porsche, due case al lago e un bacio da Marylin Monroe, lui un centinaio di miliardi di lire e un’isola alle Barbados.

Questa era la nostra vita, rinchiusa in una monotonia martellante, carceraria, vomitevole. Poi da un giorno all’altro quella monotonia si è interrotta. Il mio amichetto è riuscito a scappare, l’ho visto con i miei occhi belli aperti scavalcare il grande muro e sparire poi nel mondo. Marcello prima di andarsene mi ha giurato che non sono pazzo, che i pazzi sono tutte queste persone vestite di bianco che ci permettono di girare solo per qualche ora per il giardino e che sanno che quel mondo non lo toccheremo mai più e che moriremo elettrificati o su una poltrona con la bava sul maglione. Marcello mi ha detto che devo aspettarlo di fronte al piccolo albero di mele perché un giorno mi verrà a prendere e scapperemo insieme lontano. E io allora faccio come mi ha detto Marcello, e adesso faccio la fila con il sorriso, mi faccio bucare volentieri perché Marcello sarà in un casinò a sbancare il banco e tornerà a riprendermi. Chissà quanti viaggi faremo, ho proprio voglia di fare un bagno al mare, di ascoltare il rumore altisonante della giungla, di perdermi tra le viuzze di una città e ritrovare la strada di casa attraverso inutili tentativi.Scrivo questa specie di memoriale perché a volte mi scordo le cose, per esempio non mi sono segnato chi è mia madre e adesso non ricordo il suo viso o il suo nome, non ho scritto dove sono nato e adesso mi sento un uomo espatriato dal mondo, e quindi scrivo, scrivo e riscrivo per ricordarmi che non sono spazzatura immobile ad aspettare la morte, per non dimenticare che Marcello sta per venire a prendermi. 

  • Non farsi rispondere male dal Dr. Rini.
  • Sorridere più spesso a Susi.
  • Mi chiamo Riccardo, mio padre era un gentile carpentiere, mi piacciono i film in bianco e nero, non sopporto le persone ritardatarie, lavoravo in fabbrica e mi piaceva molto, mi piace anche scrivere e leggere libri che non capisco.
  • IMPORTANTE!! ASPETTARE OGNI GIORNO MARCELLO DI FRONTE ALL’ALBERO DI MELE.

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