Dalla terra al cielo (III)

Oh povera Matta, condannata troppo presto per non essere stata rivoluzionaria a sufficienza, con il suo modo ondivago di fluttuare sui marciapiedi, la sua disattenzione cronica verso ciò che la circondava. Non era colpa sua se inciampava nei corpi degli altri, se cascava distratta dalle scale del metrò o se rischiava di cadere a ogni gradino di una chiesa, o di un ospedale, o di una scala a chiocciola. 
Era una colpa ereditata da lontano, che veniva da un’infanzia trascorsa su altalene poco stabili e vacanze al mare a casa di amici intolleranti alla sua voglia di volare. Staccava i piedi dalla sabbia, si sedeva sul seggiolino in legno e si aggrappava alle corde sfibrate, sua madre la spingeva dolcemente, stando attenta a lasciarla andare verso il mondo e riprenderla dopo qualche istante nel medesimo spazio e accompagnarla poi indietro di qualche centimetro, giusto il tempo di sussurrarle lampi di parole delicate, un bacetto sulla guancia e spingerla di nuovo lì verso il mondo, verso le onde, e aspettare un’altra volta di riprenderla e ripetere il gesto sperando di tenderlo all’infinito, di racchiudere quello spazio tutto loro in una cornice di un quadro, negli spazi vuoti di una libreria antica, in un tempo incapace di scorrere. Da lì sopra la Matta guardava un mondo senza responsabilità, senza cause e conseguenze, che non necessitava movimenti consoni, e anche dopo essere scesa da quell’altalena i suoi occhi non si abituarono mai a gestire le distanze sociali, il suo corpo non imparò mai a confinarsi in uno spazio delimitato. E allora aveva imparato a vagare come una sonnambula, incapace di rispettare quello che le girava attorno, incapace di tenere gli occhi aperti per aggrapparsi a quella realtà che le avrebbe fatto intendere di non essere un uccellino, un albatro, o il drago Fàfner. Usciva di casa lasciando la porta aperta – nella speranza forse che qualcuno entrasse per riempirla un po’ delle sue risate o delle sue lacrime per bagnarci magari le piante sul balcone – perdeva puntualmente ogni treno prenotato o il primo tempo di un film perché svogliata di rispettare qualcosa che contenesse una scadenza. Per la Matta le scadenze esistevano solo sulle scatolette di ananas, o sulla carne che comprava al supermercato, o sul latte che le portava il simpatico Riccardo ogni martedì mattina.

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